Quartiere Zen: tra ombre e possibilità

Quattro ragazze di 5ASU oltre un confine invalicabile: ecco che cosa hanno scoperto.

 È il 13 luglio 2025 quando entriamo al quartiere Zen di Palermo, acronimo di Zona Espansione Nord, accompagnate da alcune ex-studentesse e studentesse del Versari e del Majorana, due docenti del Versari e una pedagogista. Per molto tempo questo quartiere, un “prodotto” della legge 167/62 sull’edilizia economica e popolare, progettato da Vittorio Gregotti e Franco Purini nel 1970 sull’idea di edilizia popolare di tipo moderno e funzionalista tipica del periodo, è stato additato come un esempio negativo dell’abitare al pari del Corviale o delle Vele di Scampia. Si tratta di grandi palazzoni anonimi circondati da strade-confine; chiusi, ma non autosufficienti relativamente ai servizi, pressoché assenti. Entrando allo Zen di Palermo abbiamo percepito di aver attraversato un confine invisibile.                                                                                                                          

Non un confine fisico, ma sociale, culturale ed emotivo. Lo Zen non è soltanto un quartiere difficile: è il simbolo di un fallimento collettivo, quello di una città che ha scelto di guardare altrove, di abituarsi alla parola degrado come se fosse una condanna inevitabile. E invece non lo è.                                                                                     

Chi varca la soglia del quartiere si trova davanti marciapiedi dissestati, cataste di rifiuti, carcasse di automobili abbandonate o rubate, mobili vecchi ed elettrodomestici accatastati ai bordi delle strade. Tutto parla di incuria, di dimenticanza, di un’abitudine all’abbandono che ferisce prima ancora che indignare. È un paesaggio che racconta più di mille statistiche, più delle conferenze o dei piani di riqualificazione che spesso restano sulla carta. Si tratta di una narrazione scritta dall’esterno, che non vede altro che la delinquenza tra le rientranze delle palazzine tutte uguali, dove il cemento ha sostituito ogni idea di umanità architettonica.

Pur lontana dall’estetica delle strutture che caratterizzano il quartiere, l’umanità è onnipresente all’interno di esse: nelle medesime rientranze si trova la sede dell’associazione Lievito, presso la quale si è svolta la parte centrale della nostra esperienza di volontariato. Si tratta di un’associazione nata il 27 gennaio 2003 che organizza durante l'estate un centro ricreativo estivo (CRE) durante il quale si offrono attività di animazione in strutture presenti nel territorio, alle quali noi abbiamo preso parte attiva, vivendo completamente la realtà del quartiere, raccontato attraverso gli occhi dei bambini. La delinquenza ci è così apparsa come la subcultura della sopravvivenza, la povertà si è tramuta in abbandono e il destino in assenza di alternative. Non esiste un solo Zen, ma tanti Zen, e i bambini ce lo hanno dimostrato. Hanno dipinto il loro quartiere di una purezza tale da convincerci che la corruzione non appartiene solo all’oggetto che si osserva, ma anche al soggetto che lo osserva. In una realtà nota per la sua tendenza a distruggere i sogni, ogni bambino incontrato credeva almeno in 10 sogni impossibili e non contemplava la possibilità del loro insuccesso. Varcando la soglia degli stereotipi sul quartiere ci si trova davanti a madri e padri che tengono insieme famiglie con niente; a ragazzi che sognano di scappare, ma che spesso sono costretti a restare e ad educatori che non si arrendono di fronte a nulla. Dietro le difficoltà, esiste un sottobosco di opportunità e una rete di imprese, progetti educativi e iniziative culturali che alimentano un altro quartiere. Uno Zen che, nonostante le sue ombre, nutre speranza e impegno per il cambiamento. 

Durante l’esperienza abbiamo constatato che esistono barriere invisibili in grado di separare individui, classi sociali e culture, rendendo lontane persone solo fisicamente vicine. Esistono stereotipi e cliché che, radicatisi nell’immaginario comune dei cittadini, si trasformano in “verità oggettive”, capaci di orientare schemi di visione e di percezione della realtà. Ma abbattere queste barriere non è impossibile, perché se è vero che lo Zen continua ad essere un simbolo delle contraddizioni delle periferie italiane, è altrettanto vero che ogni bambino che varca la soglia di una scuola, ogni genitore che sceglie l’onestà, ogni educatore che non si arrende, ogni persona che sceglie di superare il confine invisibile contribuisce a riscrivere la narrazione di questo quartiere. Una narrazione che oggi ha bisogno più che mai di essere aggiornata: non più solo degrado, ma anche resistenza e rinascita. Dentro quelle stesse strade che la città evita, c’è un’umanità che resiste a voce bassa, e noi l'abbiamo ascoltata, quella voce, e faremo in modo che d’ora in avanti mai resterà inascoltata. Ci faremo testimoni della preziosa esperienza vissuta. È una promessa.

Giulia Buzzoni (5ASU)

Giulia Sacchi (5ASU)

Chantal Schiavo (5ASU)

Sara Vaghi (5ASU)

ESPERIENZA DI VOLONTARIATO ZEN 2025.pdf

Ultima revisione il 16-02-2026