CRANS–MONTANA: Il fuoco, il freddo, la distanza

Una ragazza di quinta riflette sulle polemiche nate in seguito al tragico incendio di Crans-Montana. Dove finiscono le responsabilità dei giovani e iniziano quelle degli adulti?
Il dibattito pubblico seguito alla tragedia di Crans-Montana ha messo in moto, come un
riflesso condizionato della modernità, la macchina del processo sommario, quella che
preferisce spostare l’indice dalle responsabilità strutturali alla condotta dei singoli, meglio se giovani.
Sembrerebbe così, quasi a voler insinuare un concorso di colpa, che le vittime di quella
tragedia siano rimaste intrappolate nel proprio apatico narcisismo digitale, che avrebbe reso secondario il loro istinto di fuga di fronte ad un imminente pericolo.
Le neuroscienze, tuttavia, spiegano che non si è trattato di apatia, ma di un fallimento
biologico del sistema di allerta. L’amigdala, la centralina della paura, non rileva il pericolo in modo oggettivo, ma per confronto di pattern. Il sistema si attiva solo se lo stimolo viola le aspettative di sicurezza o somiglia a un trauma già vissuto. In una discoteca a Capodanno, elementi come fumo, calore, luci intermittenti e rumori assordanti sono stimoli congruenti con lo scenario. Il cervello dei ragazzi ha catalogato ciò che stava accadendo come parte della festa, non come una minaccia vitale. Pertanto, incolpare i ragazzi per aver ripreso la scena significa ignorare come siamo fatti biologicamente e socialmente. Non è mancata la disciplina dei giovani, è mancato chi aveva il dovere di proteggere quella spensieratezza. Gli assenti, tragicamente, sono gli adulti. Ma, forse, colpevoli anche in quanto iper-presenti. Perché quella sera, tra le tante norme non rispettate, lo è stata invece una legge non scritta: restare tracciabili. Se alcuni ragazzi hanno filmato l’incendio invece di fuggire istantaneamente, non lo hanno fatto per sfida o per stupidità, ma perché agivano all’interno dell’unico paradigma che gli adulti hanno loro consegnato: quello in cui la realtà esiste solo se viene raccontata e, soprattutto, approvata. Non si può consegnare a una generazione un ecosistema basato sulla visibilità costante e poi condannarla se, nel momento del panico, essa si aggrappa allo strumento che definisce la sua esistenza quotidiana.
Non si può condannare quelle stesse piattaforme che accolgono quei video se, in poche ore, essi sono diventati la materia prima per il circo mediatico. Gli stessi social e le stesse piattaforme che ospitano le critiche feroci ai “ragazzi con lo smartphone” sono i luoghi dove quegli stessi filmati vengono monetizzati e cliccati compulsivamente. Così, se i giovani registrano l’orrore mentre lo attraversano, allora gli adulti, protetti dallo schermo e dalla superiorità morale del dopo, lo consumano mentre fingono di prenderne le distanze.
Le decine di riprese apparse sui social della folla statica di fronte alla rapida danza del fuoco sono il racconto di una società che convince gli esseri umani di avere il controllo su ogni sfera del reale e delle terribili conseguenze che si realizzano quando l’uomo si rende conto di non possedere nulla, nemmeno sé stesso. In questo senso il cellulare diviene uno strumento di controllo per i ragazzi, uno scudo per proteggersi da una realtà che non appartiene loro, perché lontana da quel mondo creato a tavolino dagli adulti.
Se mediate da uno schermo, le fiamme sono meno reali. Se falso, il fuoco non brucia. Se non causa dolore, l’incendio è lontano. E non fa paura. Non sappiamo più sostenere l’impatto con le cose, e tutto ciò che da esse deriva, fascino o paura. L’Irreprimibile potenza della natura ci mostra, come esseri naturali, la nostra fragilità
fisica; allo stesso tempo, però, fa emergere qualcosa di diverso e più profondo: la capacità di guardarci dall’esterno, di riconoscerci come esseri che non coincidono solo con il proprio corpo. Anche se la natura può annientarci fisicamente, non può cancellare ciò che siamo come esseri umani dotati di coscienza, pensiero, dignità morale. È qui che nasce una forma di autoconservazione diversa da quella puramente biologica. Non si tratta più solo di salvarsi la vita o di sfuggire al pericolo, ma di conservare la propria umanità: la capacità di pensare, di sentire, di attribuire senso a ciò che accade. In questo senso, anche se l’uomo dovesse soccombere alla forza della natura, la sua umanità rimarrebbe intatta, perché ciò che lo rende umano non dipende dal dominio fisico sul mondo, ma dalla coscienza di sé e dal significato che riesce a dare alla propria esperienza.
Vi capita mai questa sensazione quando guardate il mare di notte? A me capita quando,
durante un temporale, le onde si alzano minacciose. Mi capita quando mi sveglio nel cuore della notte a causa di quei fortissimi tuoni e lampi che scuotono continuamente i miei sogni. Mi capita quando vedo i profili maestosi delle montagne stagliarsi nel cielo buio della notte. Mi sento terrorizzata, angosciata, spaventosamente impotente. Eppure, in questo mio sgomento, non riesco a non sentirmi viva.
Ma se tutto avviene attraverso uno schermo, se non mi viene offerto altro che questo, la mia umanità ne resterà impoverita, meno sensibile, meno pronta a reagire. Abbiamo
bisogno di stare di fronte all’urto di quello che accade, non di evitarlo. In fondo, il cellulare non è il nemico: lo è la distanza, culturale e morale, che permette agli adulti di giudicare senza intervenire, di consumare tragedie come spettacolo senza mai toccare davvero il reale.

Sara Vaghi (5ASU)

Ultima revisione il 15-02-2026